Per quasi vent’anni, Giulio Ranucci è stato direttore del marketing digitale in grandi aziende che gestiscono servizi di trasporto, aeroporti e hotel. Ha gestito campagne online, profilato consumatori, progettato esperienze digitali per intrattenere gli utenti sulle piattaforme il più a lungo possibile. Tramite la sua newsletter Digital Stories riflette su come l’innovazione tecnologica cambi il comportamento umano, il lavoro, la vita stessa.
Dopo la nascita della figlia Aurora - consapevole che le piattaforme social sono progettate per creare dipendenza come strategia di business - decide di raccontare ai ragazzi le logiche di fondo, chi ha progettato i social e perché, sottolineando l’importanza di un utilizzo consapevole degli strumenti digitali.
Il libro
Senza cadere in paternalismi e senza giudicare gli adolescenti (“Non è colpa tua se ci passi tanto tempo, è il sistema che è progettato perché tu ci passi tanto tempo”), l’autore li guida nei meandri dei social e dell’economia dell’attenzione (“Non ti dico cosa fare, ti mostro come funziona, e poi decidi tu”).
Aiuta i più giovani a capire le conseguenze dello scroll infinito e dell’autoplay; le logiche utilizzate nella progettazione dell’esperienza utente, o dagli algoritmi che propongono contenuti profilati; le tecniche utilizzate dai sistemi di notifica per arrivare nel posto giusto al momento giusto...
Non poteva mancare il capitolo dedicato all’intelligenza artificiale e ai chatbot che Giulio definisce l’amico perfetto, in apparenza: sempre disponibile, offre consigli senza giudicare e senza contraddire, non ha mai brutte giornate. In realtà, questo apparente interlocutore ideale “non ha emozioni, non gli interessa niente di te, e la sua tendenza a darti ragione non nasce dall’empatia, ma dal modo in cui è stato costruito”.
Il libro si conclude con 10 consigli pratici per acquisire maggior consapevolezza e maturità digitale, un breve glossario e una proposta di patto generazionale perché “il meccanismo non frega solo i ragazzi, condiziona anche gli adulti, e l’unico modo per affrontarlo è farlo insieme, alla pari, senza ipocrisie”.
Il progetto prosegue oltre il testo cartaceo con un sito web.
MOMO Edizioni (Isbn 9791280298843)
L'intervista
Abbiamo incontrato Giulio per raccogliere la sua opinione e approfondire alcuni aspetti che ci sembrano rilevanti.
1. Le prime condanne a Meta e Google miglioreranno la situazione?
Le condanne sono un segnale importante perché stabilisce un principio: chi progetta una piattaforma è responsabile delle conseguenze del suo design. Fino a ieri la narrazione era "dipende da come lo usi", come se un ragazzino di 12 anni avesse la stessa capacità di resistere a meccanismi su cui lavorano migliaia di ingegneri e psicologi comportamentali. Ora si inizia a dire che il problema non è solo l'utente, ma il prodotto.
Ma una condanna non è in grado di modificare il modello di business. Queste aziende guadagnano vendendo attenzione: più tempo passi dentro, più vali. Finché il modello economico resta questo, le piattaforme continueranno a ottimizzare per il tempo di permanenza. Le condanne sono utili, ma servono soprattutto se aprono la strada a regolamentazioni strutturali sul design delle piattaforme, non solo ai risarcimenti.
2. Il divieto dei social per i minori è una misura efficace?
Il divieto è comprensibile come reazione, ma da solo non basta e rischia di essere controproducente. Ho scritto questo libro partendo da una convinzione: vietare senza spiegare non funziona, né con i figli, né con le leggi.
Un minore a cui si vieta TikTok troverà il modo di accedervi, e lo farà senza nessuno strumento e con poca consapevolezza. I ragazzi non sanno come funzionano gli algoritmi, perché il feed non finisce mai, cosa succede ai loro dati. Nessuno lo spiega loro, né a scuola, né a casa (anche perché spesso i genitori stessi non conoscono queste dinamiche).
Il divieto può avere senso come parte di un intervento più ampio che includa educazione digitale obbligatoria, regole sul design delle piattaforme e responsabilità per le aziende.
3. Dovremmo preoccuparci anche di come i giovani utilizzano l’intelligenza artificiale?
Assolutamente sì, per questo il capitolo del libro “Quando il tuo amico è una macchina" è dedicato proprio a questo tema. Il confine tra umano e digitale si sta assottigliando in modo rapidissimo, e i ragazzi sono i primi a sperimentarlo. Chatbot che diventano confidenti, assistenti che rispondono a qualsiasi domanda senza filtro, contenuti generati che sembrano reali.
Il rischio con l'AI è diverso dai social, ma altrettanto serio: non è tanto la dipendenza dal tempo schermo, quanto la delega del pensiero critico. Non possiamo correre il rischio che i ragazzini si abituino a chiedere a una macchina cosa pensare, come risolvere un problema, o persino come gestire un'emozione.
La buona notizia è che questa volta abbiamo la possibilità di intervenire prima, non dopo. Con i social abbiamo aspettato vent'anni per iniziare a discuterne. Con l'intelligenza artificiale possiamo costruire consapevolezza adesso, mentre la tecnologia si diffonde, non quando i danni saranno già evidenti.
4. Gli interventi dovrebbero essere specifici per genere?
I dati dell'Imperial College di Londra e di molti altri studi internazionali sono chiari: l'impatto dei social non è uguale per tutti: le ragazze risultano più vulnerabili su alcune dimensioni, in particolare quelle legate al confronto sociale, all'immagine corporea e alla validazione attraverso i like. I filtri e i ritocchi non sono un gioco innocuo, modificano la percezione di sé in un'età in cui quella identità si sta ancora formando.
I ragazzi maschi hanno le loro fragilità specifiche, spesso legate all'aggressività online, alla pornografia e alla desensibilizzazione ai contenuti violenti.
Riconoscere queste differenze non significa creare categorie rigide, ma progettare interventi più intelligenti. Un programma di educazione digitale che parla solo di tempo di utilizzo e non affronta il tema del confronto sociale, dell'immagine corporea, della pressione a mostrarsi, sta perdendo metà del problema.
L'obiettivo non è trattare ragazzi e ragazze come mondi separati, ma avere strumenti abbastanza fini da parlare a ciascuno dei rischi che corre davvero.